Torrecuso: Leggende, Curiosità, Proverbi

Benedetto Croce
Il filosofo e storico Benedetto Croce, nel giugno del 1929, venne a Torrecuso per partecipare come padrino al rito battesimale di Renato Frangiosa, abitante del paese.

Le viole d’oro di Torrecuso
Al primo sole di marzo, sui muri e sui tetti delle case di Torrecuso, tra le siepi e negli anfratti più piccoli e disparati, sboccia il fiore che può essere considerato l’emblema di questo paese: è una viola dai petali di un colore giallo solare, sottili, quasi diafani, dal profumo lieve e gradevole, più comunemente chiamato “Viola d’oro” o “Viola di Spagna”.Il secondo nome è legato alla tradizione secondo cui i primi semi di questa pianta sarebbero stati portati a Torrecuso da un soldato spagnolo che era al servizio del Marchese Carlo Andrea Caracciolo. Una variante della tradizione vuole che sia stato lo stesso Marchese a portare i semi dalla Spagna e a farne omaggio al capoluogo del suo feudo. Anche Antonio Mellusi, attraverso i versi tratti dai “Ricordi della Patria”, descrive le:

Viole gialle di Torrecuso

“Allor che aprile ritorna,
destando la fragranza universale,
del mio castel natale
in cima ai muri una corona spunta
che di verde li adorna,
di fiorellin li indora,
e vibra con l’odor si acuta punta
che l’aura intorno e l’anima innamora.
Lá, sopra quelle un dí marzie pareti,
surte al cenno del fiero Adalgiso,
s’aprono mille piante ad un sorriso
di sol che rende i cuori e i campi lieti:
son piante di viole germinate
tra pietra e pietra e in oro colorate.
Chi le piantó? Chi le diffuse, eguali
a l’erbe parietali?…
Da le contrade Ibére
enarra il volgo che quel fior pervenne,
or son due volte cento primavere,
quando guidava le spagnuole antenne
lungo il mar Lusitano ed Olandese
Carlo, di Torrecuso alto Marchese.

Mentr’Ei (decoro e speme
crescendo, come gli avi,
de’ Caracciolo al seme)
faceva veleggiar le regie navi
de la vittoria ai venti, in seno a l’ermo
torreclusin maniero
mandar gli piacque un giovan guerriero
che avverso piombo ne la pugna offese,
onde s’invigorissse il fianco infermo
a l’afflusso vital d’aura cortese.
Nato quel prode sotto il raggio mero
del Castigliano ciel, la guancia scura
aveva e scuro il crin, caldo il pensiero.
Un’odorosa pianta
cingea di vigil cura:
gentil memoria e santa
era quel cespo de’ natii giardini,
ove la madre, oh quante volte, pose
su l’erba i suoi bambini
a far ghirlande di viole e rose.
Del castello a un veron gelosamente
tenea l’infermo milite
il picciol vaso che reliquia gli era
d’ogni cosa diletto; ed al tepente
bacio di primavera
quando la pianticella
di viole e d’odor si fece bella,
egli baciando i fior, sentir credette
anche una volta la materna stretta.
…..”